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LUCERA

«Se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui ». Così scriveva Federico II del Tavoliere, la grande pianura che si apre sotto i colli su cui poggia la città di Lucera. Parole da innamorato scritte da un uomo coltissimo, illuminato e potente. Così innamorato Federico II da voler costruire sul più alto dei colli, Il colle Albano, il suo Palatium, oggi Castello di Lucera.

In terra di Puglia, in provincia di Foggia e a soli dieci minuti di auto dal capoluogo, c’è la città di Lucera, detta “chiave di Puglia” per la sua posizione che in passato fu strategica, oggi luogo di sosta sul percorso disegnato dal profilo del tacco d’Italia, disseminato di fortezze e cattedrali medievali.

Luogo di profumi e sapori, di colori e sfumature, di contrasti, arte e cultura, di particolari che si mescolano in un’armonia immutata nel tempo. La città di Lucera, in Puglia, si trova là dove si compenetrano le valli molisane e le campagne del Tavoliere. Per questa sua centralità, fu capoluogo della Capitanata e del Contado del Molise fino al 1806. La città di Lucera è come appollaiata su un altopiano a 250 metri sul mare di Puglia. Guardando a valle, dalla Villa Comunale di Lucera ma anche da qualche postazione alta di Foggia, si vede la pianura sfumare nell’orizzonte vestita dei colori delle stagioni: verde, quando il grano è acerbo e si muove sotto la brezza come onda di un mare smeraldino; giallo-oro, quando le spighe sono mature; marrone in autunno, quando la terra è arata e la pioggia ha appena cominciato a benedirla.

E’ terra di contrasti, scolpita dalle molte culture che l’hanno dominata: si sente nel dialetto, in cui confluiscono prestiti dall’arabo, dal greco, dal francese, dal latino….

E’ terra di cucina che sa di legna per fare il fuoco, di serate in campagna tutti riuniti a raccontare storie: bruschetta, parmigiana, orecchiette con le cime di rape, baccalà con le patate, timballo e molto altro. Vale la pena inserire Lucera nell’itinerario in auto delle proprie vacanze: una sosta, una deviazione per far godere il palato e rasserenare la mente.

Il Clima

Mediterraneo, con lunghe estati calde ed inverni miti, ideale per le vacanze tutto l’anno.

I venti sono frequenti, in genere moderati, talvolta forti.

La temperatura media annua è intorno ai 15 gradi e le precipitazioni raggiungono i 497 mm. Rare le nevicate.

Il Castello

L'Anfiteatro

La Cattedrale

Il Museo

IL Teatro Garibaldi

Il Santuario di San Francesco A. Fasani

Altri Luoghi

La città di Lucera è edificata su tre colli; sul più alto, il colle Albano, domina la Fortezza Svevo Angioina, oggi meglio nota come Castello di Lucera. Mirabile esempio di fusione di architettura civile e militare, fu costruita nel XIII secolo sui resti di un sito abitato già nel Neolitico. Tra il 1223 e il 1233,Federico II di Svevia vi costruisce la propria dimora, il Palatium, avendo deciso di trasferire dalla Sicilia a Lucera i circa 20.000 sudditi musulmani sopravvissuti alla repressione dell’esercito imperiale.

Morto Federico II nel 1250, nel 1269 agli Svevi, sconfitti, subentrano i Francesi di Carlo I d’Angiò. Carlo I amplia e fortifica il Palatium federiciano e ne fa un luogo fortificato. Il Palatium di Federico II diventa così ilCastello di Lucera: non più dimora nobiliare e punto di avvistamento, ma fortilizio con una guarnigione permanente pronta a contrastare eventuali rigurgiti da parte dei Saraceni. Carlo I protegge il Castello di Lucera con una cortina muraria lunga 900 metri e lo rende inaccessibile scavandogli sul lato verso la città una scarpata, alle cui estremità si alzano ancora le due torri della

Leonessa e del Leone. Dal fossato, secondo la tradizione, partiva una galleria segreta sotterranea che arrivava al centro di Lucera, fin sotto un pozzo detto “dell’Imperatore”.

Il Castello di Lucera rimase fortemente danneggiato dal terremoto del 4 dicembre 1456. L’opera di distruzione che il terremoto aveva cominciato, gli uomini proseguirono per tutto il XIX continuando ad approvvigionarsi alle macerie del Castello dei materiali per costruire i palazzi gentilizi della città. All’inizio del ‘900, le opere di ricerca fecero rinascere l’interesse per il Castello di Lucera, dai cui scavi emersero i resti di costruzioni romane e bizantine. Nel 1871 il Castello di Lucera è stato dichiarato Monumento Nazionale.

Sotto i Romani, nel 314 a.C., Lucera fu colonia di diritto latino e in seguito municipium. Cosa che le diede il vantaggio di godere di ampie autonomie, riconoscendole il diritto di battere moneta e il privilegio di una propria magistratura.

In età imperiale fu centro di un profondo rinnovamento culturale ed urbanistico, testimoniato ancora oggi dall’Anfiteatro Augusteo di Lucera, costruito in una depressione naturale del terreno, a oriente dell’abitato diLucera. Fu il magistrato lucerino Marco Vecilio Campo a far edificare l’Anfiteatro in onore di Augusto e della città di Lucera, a proprie spese e in un’area di proprietà, come attesta l’iscrizione posta sugli architravi dei portali di ingresso.

Gli scavi hanno dimostrato che l’Anfiteatro di Lucera fu edificato in un’area su cui c’erano state abitazioni romane in età repubblicana, fra il II e il I secolo a.C., che a loro volta erano state costruite su una necropoli, come documentano le tombe a grotticella del III secolo a.C. rinvenute sotto la cavea dell’Anfiteatro.

Con i suoi 127 metri di lunghezza e i 95 di larghezza distribuiti su una pianta ellittica, l’Anfiteatro è la più importante testimonianza romana di tutta la Puglia.

L’Anfiteatro di Lucera poteva ospitare fra i 16.000 e i 18.000 spettatori. Distrutto nel 663 , fu nei secoli successivi utilizzato come cava di pietre e si interrò progressivamente. E’ stato riportato alla luce dagli scavi iniziati nel 1932 e terminati con il restauro nel 1948. Oggetto di un secondo recupero fra il 2006 e il 2009, l’Anfiteatro è oggi luogo di manifestazioni culturali per un migliaio di persone con posti a sedere e una zona destinata ai disabili nell’anello superiore.

“In un delta oblungo, e come sposando il silenzio, il Duomo è fermo su una terra a onde. Duomo della città di Santa Maria. Ma commemora lo scatenamento d’un furore”. Così scriveva Ungaretti nel 1934. Il Duomo è la Cattedrale di Lucera, il “furore” è quello con cui Carlo II d’Angiò perseguì, tra il 15 e il 25 agosto 1300, l’eliminazione fisica dei Saraceni, l’esproprio dei loro beni e la distruzione della città: le mura e le moschee furono rase al suolo e i musulmani sopravvissuti all’eccidio furono venduti come schiavi. Finita la mattanza, Carlo II, pare sulle macerie di una moschea, cominciò a costruire la Cattedrale di Lucera, maestoso esempio di stile gotico- angioino, consacrata poi nel 1302. Come segno del ricostituito primato della fede cattolica dopo la permanenza dei musulmani, la chiesa fu dedicata a Santa Maria, patrona della città di Lucera. E Lucera, da allora, non fu più chiamata “Luceria Saracenorum” ma diventò “Civitas Sanctae Mariae”.

La statua della Vergine, per sottrarla al possibile ludibrio dei Saraceni, era rimasta nascosta per anni in un luogo sicuro (forse in un pozzo o in un sotterraneo fuori le mura, o secondo altri nella chiesa di Santa Maria della Tribuna). Vinti i Saraceni, la statua fu portata in processione nella piazza principale della città fra ali di folla festante. L’evento è ancora oggi commemorato ogni 14 agosto. Di quella vecchia statua dovettero perdersi le tracce quasi subito se già nel 1301 Carlo II fece arrivare in città una nuova statua della Madonna, detta “Madonna della Vittoria”, alla quale consegnò simbolicamente le chiavi della città, mentre sua moglie Maria d’Ungheria le donò una pesante collana d’oro. La statua fu collocata nella Cattedrale di Lucera e da allora è invocata come Santa Maria Patrona.

La Cattedrale di Lucera, dichiarata Monumento Nazionale nel 1874, ha tre navate e pianta a croce latina. Nella navata principale fa da altare la tavola che Federico II usava come mensa a Castel Fiorentino, dove morì nel 1250. Di un particolare fascino la statua lignea di Santa Maria, la Madonna Nera degli Angioini.

Dedicato a Giuseppe Fiorelli, archeologo e numismatico dell’800, il Museo di Lucera nasce nel 1905 dalle elargizioni delle locali famiglie Cavalli, De Troia e Prignano che, oltre ad un appassionato interessamento al progetto, misero anche a disposizione oggetti, monete, bronzetti e manufatti di pietra che avevano dato lustro ai loro saloni. L’idea di istituire unmuseo a Lucera nasce nel 1872, quando lo storico e archeologo Mommsen viene in città per vedere delle iscrizioni latine.

In quell’occasione l’ospite fu accompagnato nella cantina dello storico D’Amely, dove alcune epigrafi erano usate come sostegno alle botti. Da lì nacque la determinazione a fondare un Museo che raccogliesse e custodisse le molte testimonianze di vita della città di Lucera nel corso dei secoli.

Le sale che ospitarono per prime il Museo di Lucera furono quelle del pianterreno di Palazzo Mozzagrugno. Nel 1934 il Museo si trasferì in un’ala di Palazzo De Nicastri, che il sindaco Giuseppe Cavalli, per testamento, aveva donato al Comune nel 1925.

Nelle sale del Museo Fiorelli sono esposte ceramiche daune e campane, bronzi e terrecotte votive del III secolo a.C.; strumenti in pietra del Gargano e armi litiche usate in epoca romana dalle genti del Gargano; ceramiche invetriate di fattura araba; epigrafi e mosaici di età romana;

monete dall’età romana al periodo moderno. Ci sono mobili del ‘700, dipinti di scuola napoletana e un grande presepe con i personaggi in ceramica di Capodimonte. E ancora: le tele del pittore Giuseppe Ar e due mostre permanenti: l’una dedicata al caricaturista Umberto Onorato e l’altra al “carrello bronzeo”, dell’VIII-VII secolo a.C., con figure umane e di animali connesse a riti di fecondità.

In principio intitolato a Maria Teresa Isabella di Borbone, poi rinominato dedicandolo a Garibaldi, il Teatro Garibaldi di Lucera fu costruito nel 1837 all’interno di Palazzo Mozzagrugno su progetto dell’architetto Oberty. Il teatro fu voluto dalla città per esaltare la funzione di Lucera che, allora, era centro culturale e di riferimento anche per i centri vicini.

La sala era di forma semicircolare, con un centinaio di posti in platea, due ordini di palchi e una galleria con due file di panche. Artisti provenienti da Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, impreziosirono con gusto regale l’interno del teatro, che fu per questo ritenuto da tutti un vero gioiello di architettura e decorazione. Il 7 giugno 1838 il Teatro Garibaldi di Lucera fu inaugurato con la rappresentazione di due opere, la “Lucia di Lammermoor” di Donizetti e “La Sonnambula” di Bellini.

Nel 1903 l’ingegner Messeni, che già si era occupato di progettare il teatro Petruzzelli di Bari, fu incaricato di occuparsi dell’ampliamento del Teatro Garibaldi di Lucera. Nello studio che fece, era quasi inevitabile che tenesse ben presente il modello del Petruzzelli, al punto che concepì il Teatro di Lucera come il gemello minore di quello di Bari.

Nella nuova veste, fu inaugurato nel 1908 e, per qualche anno, propose cartelloni e serate a cui la buona società dell’epoca partecipava molto volentieri, chissà se più come ad una passerella mondana o per genuino amore dell’opera. Poi vennero le due guerre; le distruzioni e le morti sfilacciarono il tessuto sociale imponendo nuove priorità e nuovi equilibri. Il Teatro Garibaldi di Lucera versò a lungo in uno stato di disinteresse e di abbandono, fino a che fu chiuso, alla fine degli anni ’40 del ‘900.

Nel 1977 fu approvato il progetto di recupero, recupero che finì nel 2005, anno in cui fu inaugurato per la terza volta: così il bel soffitto affrescato, i palchi, i velluti sono tornati a vivere.

La Chiesa di San Francesco fu fatta costruire, in un periodo di rinascita alla cristianità per Lucera, da Carlo II d’Angiò in onore di San Francesco d’Assisi. I lavori, iniziati nel 1300, terminarono nel 1304. Mentre la chiesa presenta ancora la sua configurazione originaria, il convento, costruito a sinistra dell’abside, con la soppressione degli ordini religiosi possidenti (1809), fu dapprima adibito a sede dell’Archivio e della Camera notarile e poi inglobato, tranne alcune stanze, nel Carcere giudiziario. Nella prima metà del Settecento la chiesa, ridotta in rovina da intemperie e terremoti, per interessamento del Padre Maestro, frate francescano lucerino, subì dei restauri in stile barocco; tra il 1936 e il 1943 un nuovo intervento architettonico la riportò allo splendore primitivo. Nella chiesa, dalle linee semplici ed austere, si fondono elementi romanici e gotici, infatti ha il prospetto a capanna di tradizione romanica, adornato da un ampio portale gotico leggermente strombato su cui spicca in alto lo stemma angioino e da un delizioso rosone a sedici raggi ricostruito nel 1943. L’interno, spazioso e bianco, ha la forma più semplice delle chiese francescane, è ad una sola navata ampia, altissima, coperta da un soffitto a capriate lignee e illuminata da quattro monofore ogivali. L’abside, separato dalla navata da un arco trionfale in pietra tiburtina (18 m.), presenta una pianta pentagonale, con volta costolonata a semiombrello, prende luce da tre finestroni gotici ed esternamente è rafforzato da contrafforti angolari. E’ decorato da affreschi che ripropongono il tema narrativo della Passione. Di notevole pregio artistico, sotto il finestrone di destra, una bifora in gotico fiorito, che fa da degna cornice ad un’Annunciazione del 1300, un’opera d’arte di grande semplicità. Al centro dell’abside sotto un modesto altare (1942), che ha sostituito quello più antico in marmo, in un’urna di bronzo, si conserva e si venera il corpo di San Francesco Antonio Fasani, conosciuto da tutti come il Padre Maestro e canonizzato il 13 aprile 1986 da Giovanni Paolo II. Due tele raffigurano i miracoli attribuiti al Santo per procedere alla sua beatificazione (15 aprile 1951) e in un armadio si conservano i suoi vestiti logori e il cilicio, che indossava per fare penitenza. In alto, lungo la vasta navata, tracce di affreschi settecenteschi, ricoperti da un velo d’intonaco, narrano episodi della vita di San Francesco d’Assisi.

Nella chiesa sono custodite altre opere d’arte e le epigrafi che ricordano le ricche famiglie benefattrici (De Nicastri, Scoppa, Nocelli, Lombardo). Cinque altari laterali settecenteschi in pietra arenaria, lavorata a fiorame contengono le statue lignee di San Francesco (1713) e l’Immacolata (1718), opere di Giacomo Colombo; l’Ecce Homo (1500), il Crocifisso (1600) e Sant’Antonio da Padova (1943). Due tele di scuola napoletana del secolo XVIII di Girolamo Gennatempo, che raffigurano S. Gennaro e la Madonna della Provvidenza si ammirano sulla parete d’ingresso.

Poiché conserva le reliquie di San Francesco Antonio Fasani, la Chiesa di San Francesco è stata dichiarata Santuario diocesano nel 2001; nel novembre del 2008, invece, è stata dichiarata “Monumento Testimone di una Cultura di Pace”. Nel periodo 2002 – 2005 la Chiesa è stata sottoposta ad un’ulteriore ristrutturazione della zona absidale e del campanile e restauro degli affreschi.

  • Villa Comunale
  • Convento del SS Salvatore
  • Nuova Biblioteca Comunale
  • Terme Romane
  • Museo Diocesano
  • Castel Fiorentino
  • Chiesa di San Domenico
  • Chiesa della Pietà
  • Chiesa di Santa Caterina
  • Chiesa del Carmine
  • Chiesa di San Giacomo
  • Chiesa di San Giovanni

LE TRADIZIONI LOCALI

LA VENDEMMIA (‘A VENNEGGNE)

LA MIETITURA (‘A METETURE)

LA SALSA

L’ANTICA FESTA DI CARNEVALE A LUCERA

LA QUARANTANA

LA VENDEMMIA (‘A VENNEGGNE)

Le origini della vendemmia si perdono nella notte dei tempi e sono legate alla storia dell’uomo. Si pensa, infatti, che il primo vino italico sia stato prodotto proprio da alcuni vitigni dell’Apulia e della Sicilia già nel II millennio a.C., dimostrazione avuta dal ritrovamento di alcuni reperti dell’arte enologica.

Questa scoperta fu un fatto che segnò il nostro territorio, perché da allora la Puglia fece della vendemmia e del vino la sua anima e la sua forza.

A Lucera, le vendemmiatrici si recavano all’alba nei vigneti con il cesto della colazione nel proprio tascapane, e già si respirava il clima di festa, la gioia. Giunte alla vigna, si toglievano il vestito per indossare il “guardamacchie”, un indumento di tela chiara.

Impugnata la “raganella”, la roncola per la vendemmia ed imbracciato il “panaro”, un cesto non molto grande, fatto di cannucce, davano inizio al taglio dell’uva accompagnandolo con canti intonati soprattutto dai più giovani, come se stessero ad una gita domenicale.

Alla fine dei lavori della vendemmia si faceva “u capecanale”, un banchetto che nei tempi più antichi era a base di galline arrostite sulla fiamma alimentata dai tralci di vite, vini invecchiati e mosto fresco. Era d’uso consumare, alla fine, pane e uva, simboli del Cristo. Dopo il banchetto si dava inizio ad una cavalcata che consisteva in un corteo fino all’ingresso del paese, con un carro trainato da cavalli o da buoi, al centro del quale sedeva il padrone su di una grossa botte di vino.

Al termine delle operazioni della vinificazione, il mosto era trasportato dalla masseria del ricco proprietario in città, nella propria cantina.

Ancora oggi la produzione del vino è importante per l’economia cittadina: il D.O.C. più famoso è il “Cacc’e Mmitte”, dal profumo intenso e dal gusto corposo; molto conosciuto, tra gli altri, anche il “Cioccarello”, dal caratteristico colore “rosa cipolla”.

Il “cacc’e mmitte” di Lucera ha la sua denominazione tipicamente lucerina e significa “tira e metti”, con riferimento al modo di vinificare a Lucera, cioè “caccia fuori” dal palmento, cioè il tino a forma di vasca larga e profonda con pareti di mattoni o calcestruzzo che serviva sia per pigiare, che per fermentare il mosto e “metti” nel palmento rimasto vuoto l’uva di un altro piccolo proprietario viticultore.

La città di Lucera è inserita nella Strada dei vini D.O.C. della Daunia ed ogni anno, in agosto, la manifestazione “Calici di Stelle” propone degustazioni ed assaggi offerti da tutte le cantine della Strada nelle vie del Centro Storico.

AUTORE: Antonio ORSITTO, anno 1985
TITOLO “La vendemmia nella tradizione i vini e vitigni tipici di Lucera”

LA MIETITURA (‘A METETURE)

Il mietitore (u metetόre) era colui che mieteva il grano con una falce ben tagliente e tronchetti di canne infilati alle 5 dita della mano sinistra per proteggersi dalla lama della falce stessa e dagli steli di paglia delle spighe.

Bisognava coprirsi bene, usare scarponi e paglietta in testa, perché si stava sotto i raggi del sole per 10-12 ore consecutive, facendo solo una pausa per la colazione di mezzogiorno (‘a maggnate) e si stava tutto il tempo con la schiena piegata.

La mietitura incominciava appena le spighe erano pronte, con la “precése”,solco che si faceva intorno ad un campo di grano prima della mietitura o prima di incendiare le stoppie per non danneggiare i campi confinanti, successivamente si passava alla mietitura vera e propria.

Con i “paranze” (gruppo di 5 mietitori) andavano i raccoglitori di “grèggne”(fascio di biade mietute e legate manualmente), che li raggruppavano in numero di 50 o 60 formando dei cumuli chiamati “acchje” e si caricavano sui carrettoni, trasportati dove si trovava la trebbiatrice che separava il grano dalle foglie.

Per poter terminare questo duro lavoro entro agosto, i proprietari terrieri facevano arrivare molti mietitori della provincia di Bari, chiamati “i marinese”, perché provenienti dalla costa barese (d’a marine).

Quando arrivavano a Lucera alloggiavano per strada, dietro alla Cattedrale in Piazza Salandra o in Piazza Mercato, vicino alla cantina “de Bonghe”.

Il lavoro del mietitore incominciò a declinare con la comparsa delle prime mietitrici e mietitrebbiatrici.

EDIZIONE: “IL CENTRO” LUCERA, anno 1998 TITOLO: I MESTIERE DE ‘NA VOTE AUTORE: Raffaele MONTANARO

LA SALSA

Fino a pochi anni fa ogni famiglia della provincia di Foggia e del capoluogo stesso si organizzava per produrre “in proprio” (in casa, in campagna, cioè in piccoli appezzamenti di terreno di proprietà della famiglia o di amici), con l’attrezzatura adeguata, il fabbisogno annuale di salsa di pomodoro genuino, coltivato nelle campagne della zona.

L’attuale organizzazione familiare -che si è evoluta molto velocemente-, la struttura degli appartamenti, il consumismo, il ritmo di vita stressante fanno sì che molte famiglie rinuncino a questa antichissima tradizione e che la salsa (passata, pelati, concentrato di pomodoro ecc.) venga velocemente acquistata nelle strutture commerciali.

Ma sono ancora numerose le famiglie che “resistono” alla globalizzazione e che continuano a produrre la salsa secondo tradizione: ecco qui di seguito alcune ricette tradizionali:

La salsa a bagnomaria (’A salze a bbaggnemarìje)

La provvista per l’inverno si faceva nel pieno dell’estate (agosto, inizi di settembre), periodo in cui i pomodori sono più maturi, più buoni e producono una salsa dolce.

I pomodori, separati dai peduncoli e ben lavati, venivano messi in un pentolone e lasciati cuocere; ogni tanto si rimescolavano per non farli attaccare sul fondo e per controllare la cottura, quando le bucce si rompevano ed iniziavano a staccarsi dalla polpa i pomodori erano pronti per essere scolati.

I pomodori cotti, presi con lo scolapasta, venivano lasciati scolare in un recipiente forato.

La spremitura dei pomodori si faceva con una macchinetta, avvitata ad un tavolino e fatta girare con una manovella; oggi, per chi ancora continua a fare la passata casereccia, questo lavoro è meno pesante perché la macchinetta è elettrica. Durante la spremitura in una pentola si raccoglieva la conserva e in un contenitore le bucce, che venivano ripassate una volta o due per spremere bene i pomodori, fino a quando non rimanevano le bucce asciutte.

La salsa veniva imbottigliata con l’aggiunta di sale e qualche foglia di basilico; in grossi bidoni messi sui treppiedi venivano sistemate le bottiglie, alternate da stracci vecchi, sacchi che erano messi anche sul fondo per evitare la rottura delle bottiglie durante l’ebollizione; poi si riempivano i bidoni di acqua coprendo totalmente le bottiglie, si mettevano su di esse ancora altri stracci. Acceso il fuoco si portava l’acqua ad ebollizione e si cercava di mantenere sempre la stessa temperatura per più di mezz’ora; poi si spegneva e si attendeva che l’acqua si raffreddasse.

La conserva (‘a kunzèrve)

Le nostre nonne facevano anche la conserva (concentrato di pomodoro): dopo la spremitura la salsa veniva salata e messa su tavole di legno o su grossi piatti di ceramica a seccare al sole per alcuni giorni (se si era in campagna si metteva al sole sull’aia, in paese era messa sui balconi o addirittura nella strada davanti alle porte). Bisognava rimestarla continuamente con un cucchiaio di legno, specialmente quando cominciava a diventare più densa per evitare che facesse la crosta. Quando la salsa era molto densa e scura veniva conservata ben pressata in piccoli vasi di terracotta coperta con un filo d’olio, senza chiuderla ermeticamente; veniva poi usata per insaporire la salsa.

I pomodori pelati

Si sceglievano pomodori maturi e ben sodi, poi ben lavati si mettevano nell’acqua bollente per alcuni minuti, finché la buccia si apriva, si scolavano e si toglieva la buccia. Si mettevano nei vasetti di vetri con qualche foglia di basilico e sale, si chiudevano i barattoli ermeticamente e si facevano bollire, con lo stesso procedimento della salsa a bagnomaria per oltre mezz’ora e poi lasciati raffreddare nell’acqua.

Una variante dei pomodori pelati consisteva nel tagliare a fettine (‘a pakke), dopo averli lavati, grossi pomodori maturi, si salavano, si mettevano nei barattoli di vetro (un tempo si mettevano nelle bottiglie di recupero, era piuttosto difficile infilare i pezzi di pomodoro nel collo di esse, ma ancora più difficile risultava poi farli uscire dalla bottiglia quando si usavano per preparare il pranzo) con qualche foglia di basilico (‘u vasanekòle), pressandoli bene per eliminare un po’ dell’acqua di vegetazione, poi si sterilizzavano a bagnomaria e si portavano a temperatura ambiente lasciandoli raffreddare nell’acqua.

I pomodori conservati in questo modo potevano essere utilizzati per condire la pizza, oppure passati con il passaverdura per avere anche in inverno la passata fresca.

I pomodori da serbo (‘A nzèrte de pembedòre)

Un tempo, quando in inverno non c’era la possibilità, come oggi, di comprare i pomodori al supermercato o dal fruttivendolo, perché gli ortaggi erano consumati solo nel loro periodo di produzione naturale e non prodotti in serre durante tutto l’anno o importati dall’estero, c’era l’usanza di conservarli freschi appesi in cantina, in soffitta, in luogo riparato e al fresco.

In piena estate, nel periodo di maggiore produzione, si coglievano o si compravano alcune cassette di pomodori autoctoni piccoli, polposi, con una buccia sottile, a grappoli e non ancora del tutto maturi e con essi, appendendoli ad un lungo spago, si formavano delle ghirlande.

I pomodorini, così appesi, maturavano pian piano, duravano a lungo e venivano consumati per tutto l’inverno, in sostituzione del prodotto fresco, per preparare le bruschette e specialmente il pane e pomodoro (sbressciate sòpe a ‘na bbèlle fèlle de pane ke l’ugghje, ‘u rikene e nu pòke de sale: spremuti su una bella fetta di pane casereccio condita poi con olio, origano e un po’ di sale) ecc.

L’ANTICA FESTA DI CARNEVALE A LUCERA

Agli inizi del secolo scorso il Carnevale di Lucera figurava tra i più importanti della provincia di Foggia.

Veniva costituito un apposito Comitato per la programmazione e l’organizzazione delle numerose manifestazioni carnevalesche che coinvolgevano l’intera Città.

L’inizio del Carnevale avveniva la prima domenica ed era annunciato alla cittadinanza con tre spari di mortaretti. Iniziava così la prima manifestazione carnevalesca con il saluto di Carnevale, gran mascherata del Comitato ed abbondante getto di fiori, confetti e coriandoli per le vie della Città.

Durante le domeniche successive vi era un servizio permanente della Banda Musicale nei luoghi designati, la cavalcata dei Clowns sugli asini con il premio messo in palio assegnato all’asino che giungeva ultimo nella corsa.

Si svolgevano alcuni veglioni nel Teatro Garibaldi, corsi di maschere e carri con getto di coriandoli e confetti, il giuoco della cuccagna e una lotteria di beneficenza in Piazza Duomo con il tradizionale giuoco della Secchia Piovente, che si svolgeva in Piazza Tribunali: consisteva nell’infilzare un recipiente pieno d’acqua senza essere bagnati, a cavallo degli asini. I partecipanti erano vestiti da gladiatori.

Il Carnevale si concludeva con un festival in Piazza Duomo, fantasticamente illuminata e allietata dal suono della musica cittadina, con fiera, balli, canti, cena e fiaccolata.

Significativa la manifestazione dei Patrizi risalente al 1903. Muovevano dalla sede del Comitato, allora ubicata nel palazzo Colasanto in Via Federico II, una delle principali vie di Lucera, e le carrozze giungevano nella superba Piazza venendo da Piazza Mercato.

I patrizi salivano sul palco facendo inchini e dignitose riverenze al popolo che applaudiva. Dopo una decina di minuti giungeva l’ultima carrozza con il patrizio dei patrizi, Marco de Giovine, presidente del Comitato del Carnevale Lucerino, accompagnato dai suoi aiutanti.

Nuovi inchini, nuove riverenze, strette di mano e conversazioni mimiche animatissime fra i primi e gli ultimi arrivati, che facevano divertire la folla e le signore affacciate ai balconi dei palazzi gentilizi della città.

Mentre il pubblico era intento a seguire la mimica dei patrizi, giungeva un corriere ben vestito a cavallo di un focoso destriero. Si avvicinava al palco per consegnare un foglio ad un valletto e scompariva.

Il capo dei patrizi leggeva il foglio con lieta meraviglia, lo mostrava ai colleghi che si abbandonavano a dimostrazioni di gioia. Allora il pubblico intuiva che quel foglio annunciava l’arrivo delle maschere e con ansia aspettava.

A seguito di uno sparo di mortaretto spuntava la prima carrozza con due Rugantino (Lascala e Patrono); poi la seconda con due Pulcinella (Fiore e De Troia), la terza con due Meneghino (Russo e Faccilongo), la quarta con due Gianduia (Accinni e Accinni), la quinta con due Stenterello (Leone e Schiamone), la sesta con due Pantalone (Squadrilli e Lepore), la settima con due Ruzzante (Marotta e Lupo) e la nona con due Arlecchino (Severino e Lucera).

Quando ogni carrozza si fermava vicino al palco, scendevano le maschere accolte con gioia dai patrizi e si acclamavano le loro rispettive patrie: Roma, Napoli, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Bologna, Padova e Bergamo.

Sul palco Patrizi e maschere si abbracciavano regalandosi fiori e confetti. Quindi si procedeva ad ordinare il corteo. Un battistrada a cavallo era seguito da due trombettieri anch’essi a cavallo.

Seguivano poi le nove carrozze, in ciascuna delle quali vi erano due maschere e un patrizio. Il corteo partiva da Piazza Duomo e si muoveva per tutto il centro storico gettando fiori lungo il cammino per rientrare alla fine nel Palazzo Colasanto.

I costumi utilizzati per l’occasione erano realizzati da Francesco Amodeo, le maschere fornite dalla ditta Natali di Bologna, le trombe da Ermenegildo Bonadei di Foggia, tutto si svolgeva come nelle grandi feste pubbliche delle maggiori città d’Italia.

Il Carnevale terminava con sfilate di maschere e carri per le vie della città, l’addio del Carnevale con carro di chiusura accompagnato da un folto corteo di maschere, preceduto e seguito da bande musicali.

Al termine seguiva una ricca premiazione al miglior carro per concetto ed esecuzione, alla migliore mascherata che maggiormente era riuscita a divertire il pubblico, alla maschera dei veglioni ritenuta più elegante.

TRATTO DAL GIORNALE “IL NUOVO FOGLIETTO N. 2” DEL 31 GENNAIO 2003 AUTORE: Michele Conte

LA QUARANTANA

Bruciato l’emblema di Carnevale, un’antica tradizione vuole che si confezionasse la Vedova di Carnevale, con un viso da vecchietta, una veste nera e lunga fino alle caviglie e con un’arancia legata al sedere. Era questa la Quarantana, una pupa di pezza nera, vestita a lutto, il cui nome ricordava i quaranta giorni del tempo di Quaresima, il periodo compreso fra il mercoledì delle Ceneri e la domenica di Pasqua. Sospesa ad una corda o ad un filo di ferro teso tra due balconi o due finestre, durante la triste e magra Quaresima, la Quarantana rappresentava la coscienza critica

di quel periodo di digiuno e di astinenza. Nell’arancia sottostante la pupa di cenci neri erano infilzate tante penne nere quante le domeniche di Quaresima, e una sola penna bianca. Lasciata in strada, al freddo ed al vento, la Quarantana, infatti, era ben visibile e scandiva un tempo liturgico contrassegnato dalla tristezza, dalla preghiera e dalla meditazione, durante il quale non si poteva mangiare carne grassa, uova, latticini. Attraverso una sorta di simbolico calendario, con la pupa nera appesa per istrada, si riusciva non solo ad avere la visione esatta dell’intero arco quaresimale, ma anche a seguire le numerose funzioni religiose. Particolarmente sentiti erano, infatti, i riti e le orazioni della Quaresima e della Settimana Santa, che avevano inizio con le quaranta ore di adorazione dinanzi al SS. mo Sacramento esposto ai fedeli negli ultimi tre giorni di Carnevale e celebrate anche nelle domeniche di settuagesima e quinquagesima, e nei due giorni successivi. Ogni domenica si strappava e portava via dalla Quarantana una penna nera, finché rimaneva quella bianca, riservata alla domenica di Resurrezione, quando, estratta l’ultima penna, la pupazza spennata era bruciata in un grande falò e le arance, ormai marcite, regalate ai bambini, che le trascinavano via distruggendole, felici della fine della Quaresima. Quella della Quarantana è una tradizione ancora presente nella nostra città. Da qualche anno, infatti, essa è stata ripresa e rinvigorita per iniziativa del locale Centro Italiano Femminile.

AUTORI: Michele Conte – Massimiliano Monaco TITOLO: Il Carnevale nella tradizione lucerina EDIZIONE: Catapano Editore

IL FERRAGOSTO LUCERINO (U FERRAUSTE LUCERINE)

LA FESTA DEI MORTI (‘A FESTE I MURTE)

NATALE: TRADIZIONI E GASTRONOMIA

IL FERRAGOSTO LUCERINO (U FERRAUSTE LUCERINE)

La festa grande è stata sempre questa: “à feste d’auste” (il ferragosto), la festa di S. Maria Patrona.

La festa grande si può dire cominci il primo agosto, perché quella era la data in cui si scaricava il materiale degli “apparatori” in Piazza Duomo e s’incominciava ad impiantare pali, a fasciarli di drappi colorati, ad inchiodarvi su stendardi e stemmi, a tendere gli archi delle luminarie.

Non vi erano attrezzature efficienti e soprattutto maestranze abili come quelle d’oggi che, in poco tempo, erano capaci di addobbare e in altrettanto poco tempo, sgomberare. Lo smantellamento, che ora avviene in una notte, allora portava via quattro o cinque giornate e la festa veniva su a poco a poco, la si vedeva costruire giorno per giorno, per due buone settimane.

Si arrivava alla sera del 13 agosto e si era da tempo già in un clima di festa. In questa giornata venivano portate dalle varie chiese tante statue di Santi fino al Duomo, perché dovevano accompagnare la Patrona S. Maria durante la processione del 16.

Durante la processione solenne, che percorreva tutta la città, in prima fila c’era la statua della Patrona con gli stendardi delle varie arciconfraternite, sotto il sole cocente di agosto, poiché allora il rito si svolgeva nella tarda mattinata.

La statua della Patrona era scortata da quattro Angeli e Arcangeli e si affacciava alle porte a benedire le campagne e allora c’era una gara tra i vari rioni di ogni Porta per salutare la Madonna con lo sparo di petardi. Alla processione partecipava il Sindaco in frac preceduto dal gonfalone del Comune portato dai valletti in livrea.

Nel programma era previsto l’arrivo degli amministratori che, da Palazzo Mozzagrugno giungevano in carrozza scoperta fino alla porta del Duomo, salutati dalla banda comunale con la solennità della Maria Reale. Chiudeva la processione una lunga fila di carrozze padronali.

Verso le due del pomeriggio la processione rientrava e c’è da supporre che anche la Patrona che allora, oltre il ricco manto di adesso, portava preziosi vestiti e sulla testa una pesante corona, godesse al refrigerio delle ampie navate della Sua casa stupenda.

Dopo la processione, la gente si disperdeva per vie e vicoli per raggiungere la propria casa dove l’attendeva il tradizionale pranzo del ferragosto: trucchjele, “kekozze longhe”, gallucce k’u rau, un bicchiere di robusto ribollito o di “cacc’e mmitte” e per concludere una dolcissima “sfugghjiatèlle”.

Caposaldo della festa erano sempre le bande: le bande famose di un tempo, “d’a’ marine”, cioè della terra di Bari.

Dopo la fine dell’esecuzione riprendeva “’u strussce”, cioè l’andirivieni tra Piazza Duomo e Piazza Umberto, ora Via Gramsci. Lo struscio si svolgeva con due file di coppie, una che andava e l’altra che tornava, le coppie erano formate da coniugi, composte da “kafone” e “furretane”, in altre parole da donne di campagna, e a sera, tra uno struscio e un pezzo di musica, era di rito lo “stracchino” cioè il gelato.

Non tutti, però, sedevano al caffè, altri ripiegavano sulle bancarelle: la bancarella del “’u kupetare”, il venditore di torroni, col sacco delle castagne infornate, con le collane delle “nocelle” dette con vocabolo d’oscuro etimo “’ndrite”, con i cubi di “kupéte”, specie di torrone appiccicoso.

Per i più piccini v’era sempre un giocattolino, ma quanto di più semplice e di meno costoso vi potesse essere: per le femminucce “’a pupe”, una informe bambola, senza braccia e senza gambe, tutta di un pezzo, in cartapesta a cui davano voce, se la si agitava, tre o quattro sassolini racchiusi all’interno; per i maschietti “ù fressckètte”, un fischietto di creta colorata a forma di cavalluccio.

E dopo la banda, il gelato, lo struscio, a chiusura della festa i fuochi d’artificio. Una “Kalekasse”, cioè un razzo rumoroso, era il preavviso. E allora la folla si disperdeva, correva a casa ingoiando frettolosamente un boccone, per prendere una sedia per poter assistere con maggior comodità allo spettacolo dei fuochi. La banda suonava per l’occasione “na rucciulella”, vale a dire un’allegra, ritmata marcetta dal tono campestre o militaresco.

Il fuoco aveva inizio con intervallate “Kalekasse”, che via via s’infittivano fino a riempire il buio della notte di fiocchi, di stelle, di spruzzi dai cento colori e, mentre si spegneva l’ultimo mozzicone di bengala e via via anche le insegne luminose, il “’u kupetare” smobilitava la bancarella e l’inserviente della banda raccoglieva sul palco leggii e partiture.

La povera gente, frastornata da tanto chiasso e con i piedi indolenziti da tanto struscio, chiudeva al sonno gli occhi ripieni ancora di tante luci e già sognava la festa dell’anno venturo.

Autore: Enrico VENDITTI
Titolo: “VECCHIO FERRAGOSTO LUCERINO” Edizione: Tipografia ENRICO CATAPANO

LA FESTA DEI MORTI (‘A FESTE I MURTE)

Il culto dei morti è sempre stato vivo a Lucera. Si cominciava ad andare al cimitero almeno un mese prima della festa dei morti per abbellire le lapidi dei loculi con fiori e lumini (i lambine), dopo aver lustrato bene il crocifisso e i portafiori.

Il 2 novembre le donne portavano una sedia da casa per trattenersi nelle tombe a recitare il rosario. Alcune rientravano a casa per la pausa del pranzo, altre restavano tutto il giorno nel cimitero per partecipare prima al rito della Santa Messa e poi per pregare presso una Cappella privata o il Cappellone.

Si faceva il “giro” delle tombe per fare la visita a tutti i familiari più stretti, purtroppo, ma si andava anche a curiosare per sapere se in quel posto erano seppellite persone conosciute, della cui morte, però, non si era venuti a conoscenza. Succedeva che, guardando le foto con l’immagine del defunto posta sulla lapide, si esclamasse: “Uh, Madonne mije, pure kuiste stace akkuà! Vuleve di ije ke nnu vedeve cchjù dinde Lucere”!

La visita dei defunti al cimitero, oltre che un dovere civico e religioso, era anche occasione per incontrare conoscenti ed amici che non vivevano più a Lucera, infatti, in questa occasione i lucerini residenti altrove ritornavano nella città d’origine per commemorare i loro defunti.

Per i più piccoli il giorno della Festa dei morti non era triste perché aspettavano l’arrivo della “calza” che per tradizione portavano i defunti. E così la mattina al risveglio la si trovava appesa dietro la porta, alla testiera del letto o al camino.

Il contenuto delle calze variava in base al ceto d’appartenenza del ragazzo: nelle famiglie benestanti conteneva cioccolatini, vari tipi di caramelle, confetti bianchi e colorati e biscotti farciti di cioccolata, nelle famiglie più umili le calze utilizzate, da donna o lunghe da uomo, contenevano castagne, melograni, mele, noci, mandorle, fichi secchi e melacotogne, per i ragazzi monelli, invece, la calza era piena di carbone.

Alla fine veniva chiusa con un filo di spago.

Autore: Raffaele MONTANARO
Titolo: Altri Tempi (Ati Timbe) ANNO 1997 Edizione: “IL CENTRO” Lucera

NATALE: TRADIZIONI E GASTRONOMIA

Il Natale di una volta era quello della vecchia Daunia frequentata dai pastori abruzzesi che sostavano per tutta la stagione invernale in Capitanata per la transumanza delle loro greggi. I pastori erano gli attori di caratteristiche usanze folcloristiche oggi del tutto scomparse, ma riportate ancora dalla tradizione popolare di padre in figlio.

La notte di Natale si assisteva ad un avvenimento significativo: a frotte accorrevano i pastori dei dintorni per prender parte alla processione del “Christus”, il divino bambino, che era portato in giro per la chiesa da uomini esotici, che indossavano vestiti inusuali, giacche e gambali di rustiche pelli, sulle spalle grossolani mantelli di lana grezza e un grosso cero in mano.

Altri seguivano il corteo con altrettanti ceri in mano, era un presepe vivente che si svolgeva con pastori veri e non comparse e in questa “mistica notte” era spettatrice tutta la folla cittadina.

Il presepe, però, resta sempre il simbolo delle festività natalizie.

Un esempio di presepe settecentesco è quello che si trova nel Museo Civico “G. Fiorelli”, donato al Comune di Lucera dalla nobildonna Giuseppina Spagnoletti Zeuli in De Troia; restaurato da don Eduardo Di Giovine ed esposto in un primo tempo presso la chiesa di San Domenico.

Un rito, che in alcuni paesi è ancora presente alla vigilia dell’Immacolata e di Natale, è quello del falò (fanoja), una tradizione esclusiva dei paesi del sud; non mancano tradizioni in tal senso anche in altre nazioni come in Francia dove si accendono le “failles”, quelle stelline di fuoco che si liberano dalle fiamme del rogo mentre arde la legna.

Anche questa tradizione lucerina ha un significato religioso che vuole il fuoco della “fanoja” necessario a riscaldare Gesù Bambino che nasce poverello in una fredda stalla.

L’accensione della “fanoja” era una pratica riservata ai giovani, infatti soprattutto loro andavano in giro a raccogliere legna alcuni giorni prima delle Vigilie. Si incamminavano per orti, nelle vigne e persino nei boschi e non tornavano se non con un grosso carico.

Anche le ragazze collaboravano chiedendo legna alle famiglie, se qualcuna si rifiutava, la sera della vigilia, non solo non poteva attingere il fuoco dalla grossa brace, ma veniva presa di mira da tutti i ragazzi della strada.

Il momento più bello era quello dell’accensione: si spargeva la voce in un baleno e tutta la gente del vicinato si portava attorno al falò per festeggiare l’avvenimento.

“A fanoje! A fanoje! – Si gridava – e tutti uscivano dalle case per non perdere quello spettacolo straordinario. Le fiamme alte si stagliavano verso il cielo squarciando il buio e illuminando visi, case e strade, proprio come le luminarie delle feste patronali di agosto, ma con un calore più dolce ed umano.

La gente guardava e sorrideva e, magari, si scambiava le impressioni, raccontando anche le vicende dei figli che, per molti giorni si affaccendavano all’uscita di scuola per correre in campagna a far la legna “pe fa venì n’a bèlla fanoje”!

Insomma, attorno al falò si diventava una sola grossa famiglia, per questo le persone più anziane ricordano con piacere quei vecchi tempi così intimi.

Fra le tante tradizioni del magico periodo natalizio, una è comune in tutto il mondo, quella di preparare dolci o anche liquori con delle ricette tramandate da nonna a nipote, da anni e da secoli e che ancora oggi ritornano sulle nostre tavole.

Tra i più conosciuti ricordiamo le mandorle ricoperte con lo zucchero, meglio conosciute come “menele atterrate”, i calzoncelli, deliziosi dolcetti ripieni di castagne, o con crema di ceci cioccolata, mandorle tritate, noci, il tutto imbevuto nel dolce vincotto.

La loro forma di cuscinetti rappresenta, nella tradizione popolare, tanti piccoli guanciali per il Bambinello Gesù che dovrà nascere.

Sempre nello stesso vincotto sono imbevuti anche altri tipici dolci natalizi, le cartellate, strisce dentellate di pasta che, attorcigliate in fantasiose forme circolari, rappresentano, per tradizione, le lenzuola per il Bambinello della Notte Santa.

Escludendo il vincotto, che liquore non è, ricordiamo alcuni liquori preparati in casa che oggi sono tornati in auge, il limoncello e il mandarino. Si utilizzano le loro bucce cercando di tagliarle molto sottili e si mettono al buio a macerare nell’alcool per un certo tempo.

FONTI:

Autore: Carmine de LEO
Titolo: Natale, tradizioni e gastronomia di Carmine de Leo

Edizione: Associazione Culturale “Nuovi Spazi” Grafilandia 1994;

Autore: Raffaele MONTANARO Titolo: Da ati timbe (D’ALTRI TEMPI)

Edizione: “Il Centro” Lucera

Le ricerche bibliografiche sui mestieri e le feste tradizionali lucerine sono state effettuate da Rosa D’Errico ed Anna Maria Longo, Servizio Accoglienza Turistica Comunale.