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Teatro Nazionale “Garibaldi”

 

Nel 1860 il Real Teatro Maria Teresa Isabella divenne Teatro Nazionale Garibaldi.
Il giorno del 16 agosto, in occasione della tradizionale processione di Santa Maria patrona di Lucera, ci fu una viva manifestazione patriottica: da un banale incidente (la caduta della statua della Vergine) nacque un grande trambusto dal quale trasse profitto la gendarmeria borbonica che arrestò varie persone sospettate di aver provocato tale incidente.
Immediatamente si sparse la notizia della repressione delle autorità che avvenne in un luogo già caldo e fervente di correnti rivoluzionarie, così il popolo, inferocito sia dai perpetuati soprusi che dalla reazione poliziesca esagerata, improvvisò una grandiosa dimostrazione al grido di “Viva Garibaldi, l’Italia e Vittorio Emanuele”.
Dopo aver percorso le vie della città, i dimostranti corsero al teatro comunale dove si stava esibendo la compagnia lirica di Domenico Valente, strapparono l’insegna “Real Teatro Maria Teresa Isabella” e vi sostituirono l’altra “Teatro Nazionale Garibaldi”; tutto ciò avvenne qualche giorno prima che Garibaldi passasse lo Stretto e sbarcasse in Calabria.

L’attività del teatro proseguì in modo piuttosto intenso fino al 1880: continuarono ad avvicendarsi compagnie liriche e drammatiche con cartelloni ricchi e vari. Tra le più importanti compagini che si esibirono al teatro Garibaldi menzioniamo la compagnia di Fanny Sadowsky e di Achille Majeroni, allievo di Giacomo Modena, “artista intelligente, dal temperamento romantico che affrontava tutto il repertorio, dalla tragedia alfieriana alla commedia, egli girovagò con la sua nascente compagnia del Salvini, attore di eccezionali doti fisiche ed interpretative che lo imposero all’ammirazione del pubblico e delle critica”.
Queste compagnie misero in scena soprattutto commedie di Goldoni; altri titoli da ricordare “Miseria e nobiltà" e la “Nutriccia”. Altro importante artista che calcò le scene del Garibaldi nel 1898 fu Eduardo Scarpetta, autore della famosa maschera di Sciosciammocca e autore ed interprete ammirevole di commedie e farse.

Un evento teatrale a cui le cronache dell’epoca diedero grossa risonanza fu la rappresentazione (il 30 giugno 1870) del dramma storico “Un episodio del 1799 in Lucera” composto dall’avvocato lucerino Giovanni Del Pesce che “destò tanto entusiasmo che fu ripetuto più volte, destando sempre grossi plausi”.
Il dramma rievoca la leggendaria impresa attribuita ad una eroina di Lucera, tale Maddalena Candida Mazzaccara, che durante la rivoluzione partenopea della fine del XIII sec. riuscì a salvare la città dal saccheggio, “sfidando pericoli di plebe ammutinata e di soldatesca inferocita, implorò ed ottenne pace per la sua città dal generale francese Duhesme”.

Come accennato, l’attività continuò in modo intenso fino a quando il teatro non fu sottoposto a lavori continui di ristrutturazione. Nel 1870 il consiglio comunale decise di ampliarlo perché ormai risultava inadeguato alle esigenze dell’accresciuta popolazione (era salita da 12.000 unità nel 1836 a 14.000 unità nel 1860) e alla sicurezza del pubblico. Il progetto fu affidato all’architetto napoletano Barone che prevedeva la trasformazione della sala, la demolizione e l’arretramento del muro di proscenio, ma il progetto non fu mai attuato e ci fu circa un trentennio di silenzio.

Nel 1899 fu redatto un altro progetto dall’ingegnere Vacca di Bari: egli prevedeva la trasformazione della sala semicircolare a ferro di cavallo, la demolizione e l’arretramento del muro di proscenio sostituito da due muri, in modo da ricavare dei palchetti di proscenio, tre ordini di palchi e il loggione; prevedeva inoltre una copertura del palcoscenico e della platea su piani differenti e una controsoffittatura piana; ai lati del colonnato d’ingresso si doveva sistemare la caffetteria e la biglietteria; all’esterno del teatro, sulla parte destra, era previsto un corpo aggiunto contenente la scala di servizio, la scala d’accesso al loggione, servizi igienici e i camerini.

Anche questo progetto non fu realizzato perché prevedeva un radicale cambiamento della struttura ed inoltre richiedeva una spesa troppo grande per il bilancio comunale. Cosicché, nell'attesa di un progetto più consono e adeguato alle esigenze comunali, il teatro, seppure a rilento e in calo, continuava ad agire; negli ultimi anni del 1800 spesso il Sindaco doveva rifiutarne la concessione a compagnie che ne facevano richiesta da tutto il centro-sud, per ragioni di carattere strutturale. Veniva concesso solo ad impresari del posto (Damiani e La Piccirella) e paradossalmente veniva adibito spesso a sala da veglioni o a cornice di banchetti operai, eventi questi che non ne migliorarono certo l'aspetto e le condizioni.
Segue un elenco di alcune tra le opere rappresentate dal 1860 alle fine del secolo e le compagnie che vi operarono.


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